Rovine circolari

La città non esiste più. Ma il suo nome c’è ancora, si accende e si spegne sul radar. Ne immagina i contorni tracciati attorno a un vuoto, come il disegno di un cadavere fatto con il gesso. E si domanda che differenza ci sia tra sparire sotto un anello di fuoco e sparire sotto l’urto dell’oceano. […]

Watanabe cammina in mezzo ai vuoti della città, con il pudore di guardare e incapace di evitarlo. La rovine non sono come altre che ricorda. Qui tutto è ammorbidito, sfilacciato come ossa. Gli operai rimuovono una materia ambigua, fra la solidità e il diluvio. Le gru sollevano, stropicciati, oggetti di ogni genere che sembravano rigidi. Piegata sopra una ringhiera, come uno straccio metallico, una macchina aspetta il suo turno. Di fronte, dall’altra parte della baia, si distingue l’ironica ciminiera del cementificio. Il pavimento è irrorato di frammenti di cose che si supponevano indivisibili. Anche se in realtà lui, fin da bambino, si stupisce piuttosto del fatto che le cose rimangano intere.

Più avanti, lontano dal porto, rimane paralizzato di fronte a una visione che dovrebbe essere un miraggio: un’imbarcazione immensa incagliata in mezzo al corso, che naviga il pomeriggio. Tutto intorno, frutti sbagliati, pendono capi di vestiario dai rami di ciliegi.

Andrés Neuman, Frattura

 

 

 

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