Visto da lontano, e dall’alto, somiglia a un carcere di massima sicurezza, le cancellate altissime che riparano da sguardi indiscreti, le punte coniche dei cipressi che sbucano fuori come lance o immense baionette verdi, le inferriate a ogni singola finestra, anche a quelle minuscole dei sottotetti, i portoncini blindati, i lampioni simmetrici che si snodano su altrettanti vialetti di cemento decorati con una bordura di agrifogli acuminati.
Un carcere di massima sicurezza, ma senza la minima traccia umana. Nessuna mano che si protenda oltre le sbarre per cercare un refolo d’aria, per l’illusione di toccare il cielo. Nessuna guardia armata a controllarne i perimetri ventiquattr’ore su ventiquattro. Nessuna ombra dietro i vetri delle finestre, nessuna luce, niente lenzuola o mutande appese a sventolare al sole. Non c’è nemmeno il sole, oggi. E questo non è un carcere, ma un quartiere residenziale appena ultimato.
SIMONA VINCI, Rovina
