Chi è dunque un eroe?

joel meyerowitz 1967Il modo di parlare, di ridere, le maniere, l’insolenza, tutto, tranne l’alternarsi di fuoco e ghiaccio che gli occhi emanavano per trapassare le tenebre, ricordava nel mio eroe non un poeta, ma un ragazzo qualsiasi. […] Dentro di lui aveva luogo una furiosa battaglia tra l’eccessiva cautela del debole e il pregustare una condotta di vita che ancora non era riuscito a trovare; era una battaglia tra una bestialità antica e un’assennatezza nuova, ma ancora dalle parvenze inumane; e lui sapeva che, una volta messo piede sul sentiero di quello scontro, non sarebbe più potuto tornare indietro e che dunque in quella battaglia per il volto futuro della sua vita tutto sarebbe stato lecito, e al di sopra di lui non avrebbero dovuto esserci mai più nulla e nessuno: quest’idea gli trasmetteva timore e gioia allo stesso tempo; nell’incertezza dei sentimenti, in cui superava i suoi contemporanei di almeno una generazione, era poi più debole di loro, ora infinitamente più forte; tutta la loro decrepita eredità si era già decomposta in lui: ma la lordura della decomposizione non si era ancora trasformata in terra fertile, per questo i semi del futuro erano ancora sterili e vivacchiavano inerti dentro di lui; per questo si era abbarbicato alla terra e alle preghiere del popolo che avevano la terra per oggetto; ma era lui stesso a considerarsi il futuro del popolo; nel sozzume, nel caos, nell’inverecondia dela vita del popolo, egli aveva lanciato il suo richiamo misterioso che, come un lupo, si era insinuato nella folta boscaglia della plebe, e un verso simile ad un ululato aveva fatto eco … nel folto del bosco, lontano eppure sotto gli occhi della Russia. destinata ad esplodere in assordanti tuoni.

Andrei Belyi, Il colombo d’argento

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