Un tempo conteneva una vita umana – una vita meschina, stupida, non divertente, ma insensata e crudele come un sasso. Persino l’amore lì era rigido e rigonfio come una rosa di carta.
C’era “lei”, vincitrice di medaglie in questa o quella scuola, che si stringeva lo scialle attorno alle spalle, cercando di tenersi al caldo accanto al caminetto o passando le dita sui tasti del pianoforte e risvegliando i suoni senza speranza di una romanza stucchevole.
E c’era “lui”, seduto accanto a lei, che fumava una sigaretta, le accarezzava le mani, forse recitava una poesia. Non era chiaro cosa volesse: lei, la sua dote rinchiusa dentro forzieri listati di ferro, tutt’e due le cose o nessuna delle due – e stava semplicemente ripetendo i gesti ereditati dall’inerzia delle generazioni che si erano succedute.
Le pareti di quella casa avevano assistito a molte lacrime inutili – e tutte le avevano assorbite. Gli angoli si erano impregnatii del sangue umano. Le porte in tutte le stanze avevano imparato a imitare sospiri umani. I sofà, come fedeli cani addormentati, sentivano la differenze tra estranei e padroni, e cigolavano in modo diverso sotto i loro morbidi posteriori. Gli specchi avevano i loro favoriti, che riflettevano nello stile dei ritratti veristi. Gatti di porcellana, gatti di ceramica, gatti dipinti e gatti in carne e ossa erano stati le divinità protettrici della famiglia, usati dai proprietari per perfezionare il loro amore cristiano per il prossimo.
(Yuri Slezkine, La casa del governo)

