
Un giorno prestabilito gli dei hanno abbandonato l’isola; si sono presi il calendario, le bandiere, i cavalli, le candele e hanno iniziato a frustare il tempo. Noi eravamo rimasti fermi a quei giorni spaventosi. Il mondo circostante non sembrava meritare la nostra fiducia. Avevano avuto successo soltanto le trovate deboli: “dopotutto siamo ancora vivi”. Qualcuno di noi non si degnava di essere intelligente.
I figli vivevano nel passato; i genitori vivevano nel futuro. I primi sarebbero caduti sotto il regno sacerdotale dei secondi perché il loro settarismo avrebbe permesso di realizzare un umanesimo impossibile nella parità generazionale. I genitori avrebbero mangiato i figli, li avrebbero sepolti e dimenticati. Li avrebbero gettati nel fiume a correre con le sue acque con quanta forza avevano di vederli insabbiarsi. Le prove di volontà si erano ridotte ai collaudi dei loro doppi narrativi. E in qualche modo anche il sacrificio dei figli risultava un lusso programmato per non poter più guardare indietro, per liberarsi di altri “uomini del passato” e fare il punto della situazione.
Lentamente il popolo del futuro avrebbe messo le mani sulle porte e la ‘guerra ai figli’ sarebbe stata l’esatta immagine di una rivoluzione consumata da perfetti interpreti dell’uragano elettrico. Perché tutto è importante per la storia. Perché la storia si genera nel momento dell’inizio, quando un ricordo, un pensiero, un’immagine maturano la fede di esistere, la volontà di ripetersi e confondersi.

Quale che sia il suo specifico tempo, la sua specifica collocazione, il luogo da cui proviene, la casa dei padri accecherà tutti i nostri successori.
