Il popolo del futuro

Zdzisław-Beksiński-old-aliens   (Zdzislaw Beksinski, Old Aliens)

Sarà una specie che si agita, che non vede il frutto delle fatiche umane, ma soltanto l’affiorare di gallerie e cunicoli, che rifiuta il bel tempo, la carità, le eccezioni e le contraddizioni. Sarà un popolo che corre a rivedersi sulle lastre fotografiche, che si arrampicherà dietro qualcuno per addentarne i fianchi, che coverà un minuscolo deuccio sempre diverso, opportuno, illacerato, funzionale.

Sarà un popolo che rinnega le civiltà assiali, che prospetterà per sé la massima stratificazione, la massima impurità, la massima crudeltà; crederà alla replicazione cellulare, alla sospensione dalla morte ridotta a sfilata irridente, alla pace dell’inutile.

Anna La Bianca faceva parte del popolo del futuro. Fingiamo di sbrogliare la sua biografia, ma essa esiste soltanto in compagnia di un corpo vuoto che un tempo la conteneva: ora è una pallina da tennis bruciata che vede ciò che era prima come l’apparizione di un vecchio nemico. Nella sua corta peluria nera si nasconde l’indifferenza alle sorti collettive. Si nutre di una sostanza erbosa, chimicamente prodotta. Quando inizia la sua perquisizione per il pasto, il corpo si è indurisce, aspetta la redenzione dal nutrimento per tornare ad essere flessuoso, morbido, irrorato, per poter lacrimare o urinare.

A noi uomini del futuro non interessano le regole condivise. Vogliamo sopravvivere senza copertura sindacale. Saremo dislocati, trasparenti, ubiqui, petrosi, filanti, unici. Le nostre condizioni materiali non modificheranno mai più il nostro spirito. Avremo fame ma solamente di immagini del dopo.

Siamo arrivati qui da epoche sgangherate che ci hanno restituito una terra senza astri. Abbiamo sconfitto la sofferenza e dato da mangiare sterco a chi ci serve. Abbiamo rimosso i contenuti personali dalle nostre manifestazioni sociali e pubbliche; abbiamo abolito denaro e documenti. Siamo stati in grado di scrollarci di dosso il ruolo del topo. Siamo stati in grado di reagire ai cambiamenti climatici e di creare nuove terre vergini; di provocare carestie controllate e di approvvigionarci a seconda degli equilibri della nostra migliore sopravvivenza. Dapprima abbiamo agito come un comitato di emergenza. Poi, ancora relativamente giovani, abbiamo programmato tutto: il sacrificio dei topi, la loro morte per denutrizione e fatica da lavoro, il sabotaggio dei rivoluzionari, il nostro benessere creato bruciando risorse e materie.

Mi sembra che da questo punto di vista sia nata per noi una nuova era dei santi, non di orfani assoluti, né di turnisti e spettatori. Abbiamo abolito affari interni di famiglia e preghiere. Guardiamo l’azzurro cilestrino dello spazio dalle nostre cupole di vetro e ci sembra più tangibile di quanto non lo fosse per i nostri avi. I cicli naturali ora li controlliamo noi. La natura si è seduta e noi abbiamo preso il suo posto.

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