A David Foster Wallace, nullafacente
Un giorno, fiorente e assolato, ho incontrato la dannazione. La qualità di questo incontro non è esprimibile; servirebbero fonti da riconoscere, un fegato meno spezzato, abilità e coraggio in grande quantità. Benché sepolti in una corporatura massiccia, in una mente algebrica, in un animo assolato e severo – giusto di fronte al mondo e agli uomini – giunsero insieme la burrasca senza sosta e venti indomabili.
Quel giorno si credeva ai poderosi passaggi delle comete. Ma nulla fece il cielo per abbellirsi, anzi tutto decretando che sarebbe stata una sfida fatta coi lampioni divelti dalle strade e con i picconi, con le armi improprie più disparate. Venne una guerra, nessuno seppe riconoscerla, chiunque l’avrebbe presa per gloriosa scommessa, qualcuno, tra i meno offesi, vinse.
Come scriveva Williams, “la leggenda dell’orrore davanti alle urla di guerra degli indiani ci fa intravedere l’enorme paura che provavano i colonizzatori, ma di rado troviamo, a controbilanciarla, una leggenda di gioia. Noi crediamo che la vita in America sia fatta di violenza e dell’urto dell’immediato. Non è vero. Se così fosse, ci sarebbe una corrispondente bellezza dello spirito per darne testimonianza”. Non sono state la bontà e l’industriosità a convincere il mondo che l’America fosse nel giusto. Fu questo il punto: la nascita di una letteratura locale adolescente, con goffaggini verbali ma capace di dimostrare la plausibilità del mistero, le sue conche austere nella stabilità delle vite composte ed ordinate, la sua insistenza che sa dove trafiggere.
È troppo tardi per gli esseri. Perché essi sono tali e tali rimarranno. Una volta scesi dagli alberi, conquistata la posizione eretta, sviluppato un cervello, essi hanno intrapreso la corsa verso l’estinzione. E con lo stesso accanimento di specie, questa corsa si trasmette agli individui, alle loro esistenze immiserite da qualsivoglia difficoltà. E anche questa è l’evoluzione che preparerà l’avvento di un’altra genìa (americana).
