Sceneggiature ferroviarie (viaggio in cinque tempi)

  1. Olga abitava vicino alla stazione di M***. Stava nella stanza fasciature e guardava i treni sfilare: due al mattino, tre al pomeriggio. 4 in direzione nord-sud, 1 in direzione sud nord. Nel ’41 eravamo entrambe sulle stesse acque. Mi offrì un asciugamano “non conosci la mia vita, cara” disse quando le chiesi perché non avesse voluto tornare dalla famiglia, lasciando l’infermeria. Si chinava sui feriti come un angelo giudizioso. All’ingresso il regolamento della direzione sanitaria distrettuale parlava di un ‘ambulatorio distaccato’. Ma gli articoli di giornale appesi alle pareti della sala facevano pensare a tutt’altro: c’era la fotografia di Evelina, una piccola donna del paese, amica della moglie del dottore, con un fazzoletto sporco sulla testa. C’era la carta a righe appoggiata ai tavoli. C’era un bicchiere di latte riparato dal sole sul tavolino. Quando arrivai sentii gli sguardi sui miei guanti lunghi e ricamati. Alcune persone erano scese dalle panche per guardarmi. Dicevano che una scrittrice oscena aveva sperticato le sue gambe da promessa ballerina fino da loro. Per quale ragione? “Ma per rendersi più popolare tra i bambini e i soldati”, sbottai. Perché aveva un cuore leale. Perché serviva alle truppe conferire con un volto poco tedesco. Perché le ferrovie nazionali l’avevano mandata a pubblicizzare la nuova linea. Perché per le ferrovie nazionali non esistevano passeggeri ordinari e operai, ma persone ‘speciali’ che sceglievano il treno per comodità e convenienza. Perché oltre quella linea c’erano i tedeschi. Perché ogni vagone era sterilizzato e il carbone proveniva dalle nostre montagne. Le ferrovie nazionali provvedevano in molti modi al benessere locale. Il giovane scostò la sua guancia dal finestrino, proprio quando sentì parlare di ‘benessere locale’. Scattò sull’attenti. Aveva sempre una scorta di granaglie per le oche e per i maiali.

 

2. Il loro passato remoto moriva per eccesso di attrito. La pelle del capostazione batteva sangue quando era costretto a dare lezioni di pianoforte ai piccoli della parrocchia – gli altri suoi colleghi, i bambini privilegiati lo ricompensavano in tutto degli sforzi profusi, aspettando i treni veloci per la grande città. Avevano giocato col trenino elettrico ed indossato vere divise da ferroviere, fumato di nascosto nella cabina telefonica e giocato a frisbee lungo i passaggi a livello.

3. Molta gente passava davanti alla biglietteria e alla sala d’attesa. Quasi tutti odoravano di cattiva digestione e ritardavano i movimenti. In quel luogo le persone potevano essere distinte dall’alito e dalla cadenza del passo. Passi leggeri e malsicuri, passi claudicanti e trascinati, passi piombati e repentini, passi irregolari e serpentini: chi schivava la panchina improvvisamente, quasi si fosse manifestata ai loro occhi nello stesso istante, chi la sorvegliava e la circumnavigava, quasi che la lotta ingaggiata fosse mobilitazione generale delle più segrete istanze della propria vita, chi ne faceva scelta di previdenza sociale. Due file di persone si aprivano ai lati della porta centrale.

 

4. Le sindoni ferroviarie, quelle sepolte dalla canicola e dal silenzio, annunciarono che il tempo si era messo di traverso, aveva incrociato i binari, corroso i capitelli e le tettoie. Il liberty e l’architettura di regime, aspersi di luce locale, perdevano il loro modernismo. I territori di ferro e di gomma, l’odore di pini marittimi e dei locomotori arrugginiti, di sansa e di bitume avrebbero accolto i passeggeri. Alla stazione sarebbe mancato il respiro due volte al giorno, alle 12.35 e alle 18.40, all’arrivo dell’accelerato per Adria. L’ombra di quel treno, appena scritta, proprio come i desideri di chi lo vedeva dai campi e dalle case, tramontavano lungo i binari per risorgere l’indomani.

Stiano alle porte i lucori, piangano per gli addii e non per i cuori esanimi. Matilde assemblava le braccia dei genitori nel quadro di una partenza per le vacanze. Ma le estati erano alle spalle.

5. Quando sarebbe tornata, dal finestrino avrebbe notato per primo il panama del nonno. Dimestichezza con gli orari, preparazione dei bagagli, lacrime, abbandoni e nostalgie prolungate per una segretaria di provincia, che a Milano scorreva insieme all’altro eliso di eroi mancati, esuli e come lei confinanti.

Gocciole di nebbia (ma si può vivere nel parossismo che piova nebbia?) pesavanosui finestrini, sulle vernici delle panche e delle pensiline, sulle graminacee infestanti.

A tratti il corteo dei passeggeri sembrava ripetere la liturgia della partenza pur rimanendo fermi.

 

Cos’è un soggetto ferroviario? Una storia che ha riposato – indecifrata – nei passaggi.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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