Avendo un nastro bianco al capezzale, venne al mondo con l’idea di ascoltare il suono delle voci tutte insieme. Le dissero di togliersi i capelli per sembrare una forma indecisa, che il destino avrebbe poi abitato. Produsse un castello, mentre tra i cieli sfigurati passava un secolo qualunque. Chi avrebbe giocato al suo posto, le bambine con gli organetti e le spille ai capelli, sarebbe stato scultore della sua prima forma. Crebbe a rilento, inseguendo i passi, supponendo un orizzonte, predicando che ci sarebbe stato. Giunto l’inverno, guardò tra gli anelli. Saturno era opaco.
Assunse una missione per scacciar via quella intanto avanzata. Copiò sulle mani frasi di ringraziamento adeguate alla prima comunione. Svenne nella calura estiva in chiesa, confortata da un picchetto di signore gentilizie, mentre la stola viola del prete continuava a girarle come un mulinello nella testa. Riavutasi, con la vergogna della caduta pubblica, comprò un biglietto per la sagra parrocchiale. Due passi nel parco.
Ora quando il resto aumenta in scomposizione, torna a casa col sentimento sopito di aver vissuto una negligenza a lungo desiderata.
