ULANI IN CARRIERA

Non vide mai una moneta, né la tomba accanto a quella del padre. Io avevo paura della saggezza del suo sguardo, delle parole imprevedibili che la sua bocca avrebbe pronunciato: A che scopo? Per onore o per denaro, per servire Dio o per servire gli uomini? […] Il mio spettacolo incominciava solo alle cinque del pomeriggio e aveva termine alle dieci. Pensare a mio padre era più facile mentre gli ulani finalmente sparivano dietro il Modesttor e i suonatori di organetti sbucavano già in periferia, volevano arrivare presto per strimpellare un po’ di consolazione alle massaie solitarie, ai cuori delle donne di servizio: aurora, aurora; a sera, poi, sarebbero ritornati dondolando verso il centro, per trarre profitto dalla malinconia, all’ora in cui si chiudono i negozi. Lì di fronte, Gretz stava issando ai ganci davanti alla sua bottega il cinghiale appena macellato, il sangue fresco gocciolava, rossocupo, sull’asfalto, intorno al cinghiale stavano appesi fagiani e tacchini, lepri; tenere piume, umili pelli mordibe di lepre stavano lì tutte intorno ad adornare quel verro grintoso; ogni mattina Gretz appendeva le sue bestie ammazzate, in modo che il pubblico potesse vedere bene le ferite; le pance squarciate delle lepri, i petti delle colombe, i fianchi squartati del cinghiale; il sangue doveva essere bene in vista; le mani rosee della signora Gretz disponevano i pezzi del fegato fra i mucchietti di funghi e il caviale, raccolto su pezzetti di ghiaccio, luccicava di fronte a enormi prosciutti; aragoste violacee come tegole cotte a fuoco, si muovevano alla cieca, tastando con le zampe disperatamente le lisce pareti dell’acquario in attesa delle mani sapienti della padrona di casa: aspettavano il sette, il nove, il dieci, l’undici settembre 1907; soltanto i giorni otto, quindici e ventidue di settembre, che erano domeniche, il fronte di Gretz non avrebbe registrato sangue. Vidi gli animali morti e appesi nel 1908, nel 1909 e ….

[Heinrich Boll, Biliardo alle nove e mezzo, IV]

 

 

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