Disalterate della pressione e dalla fatica, anche le sensazioni di Walter erano andate via via calando di intensità nel corso dei giorni. Da quelle prime, nitide, di ferrea resistenza alla natura, alle seconde, mitigate dallo sforzo eppure ancore abbacinanti, quasi congenite alla luce e alla materia, alle ultime più spente, macchiate da mesi troppi somiglianti agli altri. A quella sua prima casa su nella vetta Walter aveva pensato ogni giorno, come fosse un falansterio rovesciato: uno, due, tre passi a testa in giù, un grande capitombolo verticale, il ritorno alla gravità e alla testa sferzata dai venti dopo un’espulsione per forza di gravità.
Meglio dormire per non dipendere dalla figura del solitario pioniere in corsa verso l’ignoto. Meglio pensare che dopotutto l’unico obiettivo è fermarsi in un luogo dove il mondo resta alle spalle e davanti a sé si compone nient’altro che il vuoto invaso di elementi primordiali portati allo stato di tensione parossistica. Un insuperabile momento di sofferenza per l’uomo è un normale respiro per la montagna. Bastava prenderne atto, abitare insieme con questo spirito di adattamento e di resa. Ma dietro un armistizio a lungo cercato c’erano ancora braccia oranti e piaghe aperte – segni umani, visibili, tangibili che qualcosa, in quel supremo accordo filosofico, era davvero saltato. Se i segni fisici tradivano uno stordimento simile a quello causato da una forte emorragia in assenza di versamenti o ferite durante un incidente di caccia, quelli morali parlavano della ricerca di una corrispondenza atroce e bellissima, come nei grandi affreschi dove sventura dopo sventura l’uomo si fa apice della Storia.
Le Dolomiti screziate dal sole dell’anno prima, con la loro solitaria durezza e i colori senza vapore alle spalle dell’altopiano, avevano bucato la memoria per produrre nuovi miraggi. Un falso re aveva preso possesso del suo corpo qui all’ombra delle valli mentre lo sguardo era rivolto in alto, al cielo minaccioso. Difficile abdicare, difficile partire, difficile ritornare e restituire lo scettro. Chi è in alto, non ha rappresentazione. Chi è nel mezzo appare bendato, privo di confronti. Chi è a valle, riposa nello sguardo degli altri due. Sarà lui soltanto a bucare le linee mosse della scalata, sarà lui a dire quando la caccia agli astri e alle monete si fermerà. Intanto Walter tocca con il suo becco d’uccello la pietra nuda. I polpacci non possono marciare ancora, soltanto stendersi. Per andare a piedi bisognerà attendere una discesa meno dolorosa, un recupero oppure niente di tutto ciò. In caso contrario rosicchiare per fame il badge con i propri dati personali e cancellare nell’estrema disperazione di un’avventura sbagliata il proprio nome, lasciando ai ghiacci la restituzione o l’identificazione di un cadavere e di una storia.
Qualcuno non ha creduto alle brusche escursioni termiche e ai repentini cambi di vento, e così si è ritrovato tutt’uno con la montagna, blanda materia vivente, di carne e ossa, unita a materia minerale, altrettanto viva. Non distante da casa di Walter gli alberi, che aveva piantumato la scorsa primavera e di cui si era preso cura sino al giorno della partenza, ondeggiavano sino a piegarsi a terra, come in un sogno rivoluzionario, come travolti dallo spostamento d’aria di un aereo in decollo. Chi vede crescere ed infuriare le specie viventi ha percepito che i cosmi in movimento sono pronti a smembrarsi per poi ricomporsi in un equilibrio instabile ma perenne, in cui l’uomo guizza a caso.
